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Storie dei brand

Swedish Stockings: i collant fatti con le reti da pesca

Nato a Stoccolma nel 2013, prodotto a Castel Goffredo: come Swedish Stockings fa collant con nylon rigenerato, anche da reti da pesca, e trasforma quelli rotti in tavoli.

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Motivo a rete da pesca nera su fondo nudo

Circa due miliardi di paia di collant, secondo i dati citati da FashionUnited, vengono indossati una volta e poi buttati ogni anno. Sono fatti di nylon, derivano dal petrolio e in discarica non si decompongono: si frammentano in microplastiche. Da questo paradosso, l'accessorio più usa e getta del guardaroba femminile, sono partite nel 2013 a Stoccolma Linn Frisinger e Nadja Forsberg. Il loro marchio, Swedish Stockings, oggi fa collant con nylon rigenerato, in alcuni modelli ricavato da reti da pesca recuperate in mare, li produce nel distretto mantovano di Castel Goffredo e trasforma quelli rotti in tavoli di design.

Due amiche e un documentario

La scintilla, ha raccontato FashionUnited, è stata The Light Bulb Conspiracy, il documentario sull'obsolescenza programmata: la storia di prodotti progettati per durare poco. Pochi oggetti incarnano quell'idea quanto un collant velato. Sul sito del marchio le fondatrici la mettono così: il collant è il capo di consumo più grande per le donne ed è anche incredibilmente dannoso per l'ambiente.

Da lì la scelta di presentarsi come «il primo marchio di calzetteria sostenibile al mondo», una definizione che è dell'azienda e che va letta come tale. Più interessante è guardare come lavora davvero: da dove arriva il filo, chi lo lavora e che fine fa il collant quando si rompe.

Made in Castel Goffredo

La risposta alla seconda domanda parla italiano. Swedish Stockings dichiara che i suoi collant sono prodotti a Castel Goffredo, in provincia di Mantova, da fabbriche a conduzione familiare della stessa zona. Secondo il marchio, gli stabilimenti usano energia rinnovabile e la maggior parte produce con i pannelli solari tra il 35 e l'80% dell'energia che consuma; la tintoria riduce del 20% i consumi energetici e riutilizza metà dell'acqua. I due modelli in ECONYL sono realizzati, indica il sito, da Calze Ileana S.p.A. Gli avanzi di filato, aggiunge l'azienda, diventano campioni, carta e plastica vengono riciclate e le fabbriche selezionate rispettano il regolamento europeo REACH sulle sostanze chimiche.

Castel Goffredo non è un indirizzo qualunque. È il cuore del distretto della calza, che nel 2025 ha festeggiato i cento anni: la storia comincia nel 1925 con il calzificio NO.E.MI., che produceva calze di cotone. Quando chiuse, alla fine degli anni Cinquanta, gli ex dipendenti aprirono piccole aziende proprie, ed è da lì che il distretto si è moltiplicato. A metà degli anni Sessanta, ricostruisce l'enciclopedia della moda MAM-e, il territorio diventa uno dei protagonisti della diffusione del collant in Italia.

Oggi, secondo Regione Lombardia, il distretto conta 92 aziende, circa 10.000 addetti e un fatturato complessivo di circa un miliardo di euro, distribuiti su sedici comuni del Mantovano. Un marchio svedese che sceglie di produrre qui compra, prima di tutto, un secolo di know-how.

Cos'è davvero il nylon rigenerato

Sul materiale conviene essere precisi, perché «riciclato» non significa sempre la stessa cosa. Swedish Stockings spiega che la poliammide, cioè il nylon, è la fibra principale di quasi tutti i suoi collant e che molti modelli usano filati con una quota di materiale riciclato. Quella quota varia da filato a filato e da prodotto a prodotto, ed è indicata sulla scheda di ciascuno. Il marchio distingue tra scarto pre-consumo, cioè materiale scartato prima di arrivare al cliente, e post-consumo, che arriva da oggetti già usati: l'esempio sono proprio le reti da pesca.

Le reti entrano in scena con ECONYL, il filo di nylon rigenerato prodotto dall'azienda italiana Aquafil. Il processo, descritto dalla Ellen MacArthur Foundation, parte da scarti fatti di Nylon 6, tra cui reti da pesca e moquette: il materiale viene depolimerizzato, cioè riportato ai suoi monomeri, purificato e ripolimerizzato in un filo con le stesse caratteristiche di quello ottenuto dal petrolio. Le reti, prima, vanno pulite a fondo.

Swedish Stockings usa ECONYL in due modelli, indicati come fatti al 100% con filo rigenerato da reti da pesca perse in mare: Melina, un collant semi-coprente da 80 denari, e la rete leggera Elvira Net. Aquafil non è citata come partner diretto: il marchio parla del filo, non del fornitore.

Il nylon, però, non è tutto. Quasi tutti i modelli contengono elastan, che dà elasticità e tenuta; per l'inverno il marchio usa lana merino e cashmere, poi viscosa e lyocell ricavati dalla polpa di legno, e cotone soprattutto nel tassello. Un collant, insomma, è quasi sempre una miscela. È un dettaglio tecnico che conta quando si parla del suo ultimo giorno di vita.

Dal collant rotto al tavolo

L'altra metà del progetto comincia quando il collant si smaglia. Con il Recycling Club, il marchio accetta collant di nylon «di qualsiasi marca, in qualsiasi condizione». I membri ricevono un'etichetta di spedizione gratuita, gli altri spediscono a proprie spese al magazzino in Svezia; in cambio c'è uno sconto del 20% sul prossimo acquisto. Al momento, precisa l'azienda, si accettano solo spedizioni dall'Unione europea.

All'inizio i collant raccolti finivano, macinati, come riempitivo per serbatoi industriali in vetroresina. Nel 2020 FashionUnited spiegava il motivo con franchezza: il riciclo da fibra a fibra, cioè da collant a collant, non era ancora possibile. La svolta è stata il design. Dal 2020 il marchio lavora con l'architetto e designer svedese Gustaf Westman: i collant vengono macinati, mescolati con fibra di vetro riciclata e trasformati in tavoli, ognuno diverso per colore e texture.

Nel giugno 2025 una serie di tavoli è andata all'asta online sulla piattaforma della casa d'aste Bukowskis. Ogni pezzo, scriveva Vogue Scandinavia, contiene tra 300 e 800 paia di collant usati. «Per noi è la forma più alta di sostenibilità», ha detto Frisinger: un oggetto destinato a durare pochi mesi diventa un mobile pensato per decenni. Ma la stessa Frisinger, intervistata da Sourcing Journal nel 2024, allargava il discorso all'intero settore: per lei la più grande occasione mancata dell'abbigliamento è la lentezza con cui adotta i principi dell'economia circolare, perché molti marchi non hanno ancora abbracciato davvero riciclo, upcycling e materiali sostenibili.

Il pizzo, le campagne, la moda

Swedish Stockings non vuole essere solo un marchio etico. A novembre 2025, come ha raccontato Hypebae, ha firmato con il danese Baum und Pferdgarten il Laci Tight, un collant di pizzo a rose in cui è intrecciato il monogramma «BP», in nero, avorio e bordeaux, realizzato in nylon rigenerato da reti da pesca dismesse e scarti industriali.

Ad agosto 2026 è arrivato il rebranding, con nuovo logo, nuovo packaging e una collezione autunno/inverno costruita, secondo Vogue Scandinavia, su texture, colore e contrasto: pizzo sotto pantaloni con lo spacco, calze con il trench. «Trattiamo la gamba come una parte importante della silhouette», ha spiegato Frisinger.

Cosa guardare prima di comprare

  • Leggete la composizione. La quota di riciclato è sulla scheda di ogni prodotto e cambia molto: confrontatela, non fidatevi della parola «sostenibile».
  • Pre o post-consumo? Sono entrambi riciclo, ma solo il secondo recupera oggetti già usati, come le reti da pesca.
  • Scegliete lo spessore per l'uso. Un collant più coprente, come un 80 denari, o una rete reggono meglio gli strappi di un velato sottile.
  • Allungatene la vita. Lavaggio a mano o in un sacchetto a rete, niente asciugatrice, mani senza anelli quando li infilate.
  • Non buttateli. Se vivete nell'Unione europea, un collant rotto di qualsiasi marca può tornare in circolo con il Recycling Club.

Il limite resta, e il marchio non lo nasconde: il filo migliore del mondo non impedisce a un collant di smagliarsi. La vera sfida, per Swedish Stockings come per l'industria, è far durare di più quello che già esiste. Il resto è un tavolo, bello, in salotto.

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